Presidio Rumoroso Transfemminista
🔥 Era notizia di due anni fa l'accusa per stupro e lesioni aggravate nei confronti di un capitano della Guardia di Finanza, denunciato da un'allieva della Scuola Sottufficiali dell'Aquila. Altri tre istruttori furono indagati per maltrattamenti e per aver creato un gruppo WhatsApp in cui condividevano foto e commenti sulle allieve. Nella chat circolavano messaggi come: «È troppo bona, la caccia è aperta per punirla…». Il 6 maggio il capitano istruttore è stato ammesso al rito abbreviato.
🔥 È notizia di pochi giorni fa, invece, il suicidio di una giovane allieva, che si è gettata dal terzo piano della Scuola Ispettori e Sovrintendenti di Coppito.
Le circostanze della tragedia devono ancora essere accertate. Ma da anni emergono denunce di vessazioni, umiliazioni e gravi condizioni di stress psicologico. Lo ricorda anche la senatrice Ilaria Cucchi, che nell'aprile 2025 aveva presentato un'interrogazione parlamentare dopo aver ricevuto numerose segnalazioni dal Sindacato Finanzieri Democratici. Le denunce parlano di vessazioni fisiche e psicologiche, privazione del sonno, docce fredde, limitazioni nell'accesso all'acqua e nell'igiene personale. A queste si aggiungono racconti ancora più inquietanti: un tentativo di suicidio avvenuto poche settimane prima delle interrogazioni parlamentari e testimonianze che descrivono «regole da campo di concentramento». Tra gli episodi denunciati emerge anche l'obbligo imposto alle allieve di continuare a marciare durante il ciclo mestruale senza poter andare in bagno. Nonostante tutto questo, le interrogazioni sono rimaste senza risposta.
🔥 Allo stato attuale non si può stabilire se esista un collegamento tra il contesto denunciato negli ultimi anni e la morte della giovane allieva. Ma proprio perché quella scuola era già stata oggetto di ripetute segnalazioni, è inevitabile interrogarsi sulle responsabilità istituzionali di fronte a denunce così numerose e circostanziate riguardanti un ambiente di formazione dello Stato. Ancora una volta sembrano prevalere silenzio, omertà e protezione nei confronti di chi detiene il potere.
Le caserme e i luoghi della militarizzazione rappresentano una delle massime espressioni del dominio patriarcale. Sono luoghi di sopraffazione, violenza e abuso di potere. Non sono spazi neutri né semplici luoghi di formazione, ma scuole di disciplina, obbedienza e repressione.
Non crediamo che debbano essere riformati, perché non funzionano "male": funzionano esattamente come sono stati progettati. Esistono per riprodurre rapporti di dominio e alimentare un ciclo di violenza. Chi vi entra viene addestratə attraverso l'umiliazione, il sopruso,la negazione della propria individualità e pratiche che sconfinano nella tortura fisica e psicologica. Quella violenza viene interiorizzata, normalizzata e poi riversata all'esterno, contro chiunque venga identificatə come un corpo da controllare, punire o reprimere.
Le istituzioni militari non difendono la vita: addestrano all'obbedienza e alla guerra. Si fondano sulla cancellazione del dissenso, sulla costruzione di gerarchie e sulla legittimazione della violenza come strumento di governo.
Per questo, mentre continuiamo a lottare per un mondo senza caserme, non possiamo restare in silenzio di fronte al suicidio di una ragazza. Non accettiamo che venga raccontato come una tragedia individuale o un episodio eccezionale. Non è un caso isolato, ma il prodotto di un sistema che umilia, annienta e spezza le persone. È una violenza strutturale, inscritta nelle logiche e nei percorsi di formazione di queste istituzioni.
Critichiamo e respingiamo con forza le parole del sindaco Biondi che, in continuità con le dichiarazioni maschiliste e sessiste rilasciate in una recente intervista, ha risposto alla richiesta di verità della senatrice Ilaria Cucchi sostenendo che «il cancello di Coppito è sempre stato aperto, giudicare senza averlo mai varcato è pregiudizio».
Biondi, quella struttura non è una casa. Non stiamo parlando di una proprietà privata a cui si accede su invito, ma di una scuola e di un'istituzione pubblica dello Stato. Per valutare se un ambiente formativo sia sano, sicuro e rispettoso della dignità umana non serve "varcarne il cancello": parlano i fatti, le denunce e la voce di chi quel luogo lo ha vissuto. Sostenere il contrario significa ignorare anni di segnalazioni e allarmi circostanziati, finendo per minimizzare la violenza e quindi legittimarla.
Abbiamo scelto di portare i nostri corpi nelle strade. Di fare rumore. Di amplificare la voce di tutte le persone che trovano il coraggio di denunciare ciò che hanno subito, soprattutto quando la violenza si consuma proprio dentro questi ambienti. Un rumore che rompe il silenzio imposto dall'omertà e dall'abuso di potere.
Vogliamo fare rumore anche contro la narrazione mediatica e politica che alimenta la paura e costruisce un senso comune fondato sull'insicurezza, per convincerci che l'unico antidoto sia affidarci a chi dovrebbe proteggerci: forze dell'ordine, telecamere, giustizia, tribunali. Una narrazione che non mette mai in discussione le radici della violenza e continua invece a investire nel controllo, nella sorveglianza e nella repressione.
Ogni volta che la violenza attraversa lo spazio pubblico ci viene detto che dobbiamo imparare a difenderci. Ma quando gli abusi e le molestie avvengono proprio nei luoghi presentati come luoghi della "sicurezza"? Quando la violenza arriva da chi dovrebbe proteggerci? Che cosa dovremmo fare?
La risposta, come continuiamo a ribadire, non sta nella limitazione delle nostre libertà né nell'estensione di un modello securitario che ha già dimostrato tutta la sua incapacità di prevenire la violenza. Sta nel mettere radicalmente in discussione la cultura patriarcale che alimenta la violenza maschile, nel rompere i meccanismi di impunità e nell'investire nella prevenzione, nella formazione e nell'educazione.
L'antidoto più forte lo conosciamo già . È la costruzione quotidiana di reti di sorellanza, prossimità , mutuo aiuto, ascolto e accoglienza reciproca.
È la forza che ci tiene unitə nelle strade contro la normalizzazione della violenza patriarcale, contro la militarizzazione degli spazi pubblici e dei luoghi della formazione, contro un sistema che continua a nutrirsi di abusi di potere, silenzi e omertà . Perché la nostra sicurezza non nasce dal controllo, ma dalla libertà , dall'autodeterminazione e dalla forza collettiva delle nostre lotte.